Diario di una ragazza qualunque.

Nulla di speciale. Solo una vita come le altre.

Mese: settembre, 2012

Sogno, incubo.

Certe volte mi prenderei a sprangate sui denti da sola.

Non sono andata a scuola. Stanotte non sono riuscita a chiudere occhio per tutto il tempo; chissà come, mi sono miracolosamente addormentata verso le cinque. Quando è squillata la sveglia, sono tornata subito alla realtà; non avevo dormito per niente bene, pensieri confusi che mi tenevano in dormiveglia mi hanno rovinato anche quelle due ore di sonno che avevo a disposizione.

Ho spento la sveglia, mi sono alzata e ho comunicato a mia madre l’intenzione di restare a casa, nonostante un compito, tre spiegazioni e una ragazza cui dovevo portare dei libri. Sono tornata a letto, avevo solo bisogno di dormire.. Ma ora come ora rimpiango il non essermi alzata, imbottita di caffeina, e andata a scuola.

Mi sono svegliata da poco, nemmeno mezz’ora. Avete presente quei sogni non realistici per l’ambiente (magari neanche ben definito), ma terribilmente realistici per l’attenzione nei particolari delle persone? Ecco, era il mio sogno di stanotte.

Casa mia. Con qualche variante o comunque situata in una specie di condominio fighissimo, dato che c’erano una piscina, una palestra e altri ragazzi.. Ma vabbè. Abbiamo detto che l’ambiente non era questo granché, quindi non importa. Saltiamo l’intro in cui dei carabinieri cercano dell’erba in camera mia (non fumo erba) ma trovano solo del liquore (c’è stato un periodo in cui mi ubriacavo praticamente tutti i giorni, talmente che stavo male), con relativo ceffone di mio padre e blabla.
Più penso a questo sogno più mi sembra un film weird.

Beh, arriviamo al punto.. C’era anche lui. Sì. X.
Non ricordo troppo bene il sogno, nonostante mi sia svegliata da poco; lo rivedo sfaccettato, come i ricordi relativi a lui. E inoltre come c’era da immaginare il pensarci troppo mi provoca nausea, però.. Accade anche un’altra cosa interessante, ma la scriverò solo a sogno ultimato, altrimenti non avrebbe senso.
Premessa: lui si è sempre dichiarato innocente. Addirittura, quando lo minacciavo di denunciarlo, cercava di convincere me di essermi inventata tutto.. Di essere pazza.

Internet, o sms, o prima uno e poi l’altro. Effettivamente, mi ricorda proprio l’inizio della nostra.. Relazione. Chattavamo, non ricordo se io sapessi che era lui o era lui a sapere che fossi io.. In ogni caso, qualcuno di noi due fingeva. Alla fine veniva a casa, non so come ma alla fine veniva da me. Doveva restare, credo. Io riuscivo a prendere il suo cellulare, per prenderlo un po’ in giro; volevo vedere se trovavo qualcosa che potevo usare contro di lui, non so, qualsiasi cosa che mostrasse segni di deviazione mentale.. Ma niente, c’erano solo numeri di ragazze per cui lo prendevo in giro. Si riprese il cellulare, senza che potessi continuare a cercare. Ricordo che all’inizio del sogno la mia camera era com’è adesso, con i muri bianchi. Quando arrivò lui, i muri erano cambiati; era blu scuro, con disegni che ricordavano il cielo notturno. Io andavo a fare un bagno, lui andò a mangiare qualcosa. Poi io presi a litigare/giocare (non ne ho idea) con dei ragazzi in palestra, mentre lui giocava con un videogame. Esatto, il succo del discorso è proprio questo: stavo male, malissimo, ma ero.. In uno stato di pace. X era diverso, era com’era prima e dopo la stanza delle violenze, era il ragazzo tranquillo e rilassato che mi sapeva far star bene.. Che teneva in scacco la mia mente, certo. Ma che, quando voleva, mi dava quella piccolissima dose di sicurezza che mi serviva per sopravvivere fino al giorno dopo.

Il sogno mi ha turbato tantissimo. Non c’è stato un bacio, non un contatto fisico, di nessun tipo. Era come lo desideravo allora. Analizzando quanto scritto su, si può arrivare a dedurre che..

  • Sento la sua mancanza.  Non so cosa dire. Di certo non sento la mancanza di X, non del mostro che era.. Forse mi manca inconsciamente il modo malato in cui mi faceva star bene.
    Non ho la Sindrome di Stoccolma, vero? ..vero?
  • Non voglio lasciarlo andare. Quasi fosse una mia proprietà.. Quando in realtà era l’inverso, ero io ad essere una sua proprietà. Più che non voler lasciare andare lui immagino di non voler lasciare andare del tutto quei ricordi, quel desiderio di stare bene in questi tre anni d’inferno e in quei mesi di stato semi-vegetativo in cui mi limitavo a sopravvivere.
  • Sono gelosa, ergo lo amo ancora. Questo pensiero potrebbe nascere leggendo dei numeri di ragazze sulla sua rubrica; bene, è un pensiero totalmente sbagliato. Possono prenderlo, rinchiuderlo e buttare via la chiave. Immagino che quello fosse solo la trasposizione onirica della realtà: ha avuto altre ragazze, dopo di me. E quello era un riavvicinamento ora, nel presente.

C’è un’ultima cosa che non ho detto; nel sogno, avevo l’impressione di essermi sbagliata. Cioè, il timore che avesse ragione lui: che mi fossi davvero inventata tutto, che era una brava persona, che fossi io ad essere pazza.

Però, ora che sono sveglia.. Mi sento stranamente tranquilla. Come se mi fossi convinta che il ragazzo del sogno fosse un’altra persona.. Innocente. Di cui tra l’altro — guarda caso — non riesco ad afferrare il volto nonostante l’abbia visto e rivisto; non era neanche il suo, ma credo sia come lo immagino oggi.. O un semplice viso random a sostituire il suo, dato che il semplice cercare di ricordare il suo volto mi provoca dolore. Ma questo l’ho già spiegato qualche post addietro..

In ogni caso, la cosa interessante è questa: ho chiuso tutto fuori. In un certo senso.. Mi sento in pace. Il pensare a lui o a quel che mi faceva mi fa stare ancora malissimo, anche fisicamente, però.. Ho diviso la persona di quei momenti da quella che mi faceva star bene. Ne ho creato uno ad hoc, nella mia immaginazione; è una cosa sbagliata, ma immagino sia un meccanismo di difesa.

È una cosa strana. Stranissima.
Ma tutto sommato, non voglio rifletterci su.
Non voglio riflettere più su nulla.
Mai più.

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Notturno.

È che è orribile.
È come averlo rivissuto. Mi stanno tornando altri particolari in mente che non sa nessuno.
Mi brucia il fatto che se l’avessi detto al giudice.. Sarebbe stato meglio.
Ad esempio quella fottuta cistite acuta, che tradotta per noi esseri umani significa che pisciavo sangue.. Se riuscivo a fare pipì senza piangere eccessivamente dal dolore, si intende.
E a lui importava qualcosa? Ovvio che no!
Doveva sbattermi tutti i fottuti giorni della sua miserabile vita, stessi anche morendo.
Ci sono così tante cose che non ricordavo più, e un’infinità di cose che non ricordo più. Tutti quei mesi.. Sono sfocati, come un brutto incubo.
Ho cercato di rimuoverli, senza successo.
Ma ci sono anche un sacco di cose che non sono riuscita a dire per vergogna e imbarazzo.. Ad esempio, ho a malapena accennato al sesso orale e il giudice mi ha appoggiato.
Non ho mica detto di come rideva maniacalmente quando quasi mi spezzava un braccio per tenermi ancorata a terra.
Non ho mica detto come si divertiva a stringermi i seni finché non gemevo dal dolore con gli occhi lucidi, né tantomeno di come mi costringeva con velate minacce e compromissioni a masturbarlo nei modi più strani.. Né di quella volta in cui mi strappò i capelli per trattenermi a terra e venirmi in faccia.
È stato fin troppo facile parlare di sesso orale sotto costrinzione, ma il giudice non sapeva mica quel che rivedevo tremando.
Non gli ho di certo parlato di come lo imploravo singhiozzando di fare qualcosa, qualsiasi altra cosa, ma non quello. Non ho nemmeno accennato al suo sorrisetto soddisfatto quando mi diceva che dovevo stare zitta, che sapeva lui cosa voleva, mentre mi prendeva il capo e me lo spingeva in gola.
Il giudice non ha la minima idea del panico che mi prendeva mentre sentivo la sua morsa dietro la testa mentre mi muoveva il capo tirandomi per i capelli, il sapore, l’odore, il ribrezzo, la nausea, le lacrime calde che scendevano mentre speravo solo di morire, né può neanche immaginare il disgusto immane appena sentivo lasciare la presa, quando lo sentivo pulsare e approfittavo del momento per respingermi e vomitare anche l’anima, tremando e piangendo.
Queste sono cose che non posso dire ad una donna adulta che continua a pensare che o sono io ad essermi inventata tutto, o sono idiota a tornare sempre da lui.. Non mentre ci sono altre sei persone che ti fissano da una telecamera, due delle quali riferiranno tutto a lui.
Non quando dietro la porta c’è tua madre, non quando senti nuovamente la nausea salire e non vuoi dire nulla per non fare scena.
Non puoi, non posso, non ho potuto.. Ma se non verrà rinviato a giudizio e non verrà condannato, saprò che avrei dovuto.
E allora non so se ucciderò lui dalla disperazione, ucciderò me dal rimorso o ucciderò entrambi per terminare tutto.. E non posso pensare a nient’altro, non quando nell’aria senza alcun motivo sento l’odore del suo sangue, vedo solo il suo polsino sul mio polso.. Non quando tutto questo è l’incubo perenne che mi impedisce di vivere.

Soliti pensieri.

Non riesco a studiare. Sto piangendo senza motivo ad intervalli di ore, un pianto frammentato solo da distrazioni sociali.

Non riesco a fare nulla, se non pensare.. Pensare.. E pensare. Continuare a pensare, così, sempre alle stesse cose. Non ne posso più, non ne posso più. È un supplizio, è la versione psicologica di Prometeo e l’aquila. Ho i Marlene Kuntz che mi cantano un omicidio; pessima scelta, dato che ho passato mezz’ora in stato di semi-trance, mentre pugnalavo dal basso verso l’alto un asciugamano con delle forbici. È un po’ inquietante, lo ammetto.. Ma ho un peso al cuore che non riesco a perdere, ho un fottuto nodo al cuore che non riesco a sciogliere. Perfino queste lacrime mi sembrano sbagliate, perfino queste lacrime non hanno senso.

Cos’è che voglio? Non riesco a capirlo neanch’io. So solo che.. So solo che fa male, fa così male, fa talmente male che neanche scrivere aiuta, neanche fumare aiuta, neanche bere aiuta, neanche ferirsi aiuta, neanche piangere aiuta, neanche urlare aiuta, potrebbe aiutare.. Morire?

Ma quale errore quando mi accorsi di averla uccisa prendendola martellate
quale orrore quando mi accorsi di averla massacrata a martellate
ma quale orrore
quale orrore!
Che mostro sono
che mostro sono
non posso neanche farmi fuori da me
non posso neanche farmi fuori da me
che mostro sono
che mostro sono
non posso neanche farmi fuori da me
non posso neanche farmi fuori da me
che mostro sono
che mostro sono
Qualcuno ha voglia di pregare per me?
Qualcuno ha voglia di pregare per me?
Che mostro sono..
Che mostro sono..
Che mostro sono..
Che mostro sono..

Una serata qualsiasi.

Stasera sono uscita con quello che è il mio ragazzo da un mese esatto.. Più un’altra coppia, sua amica. Giro per il centro città, girando per i luoghi normalmente frequentati dai ragazzi di qui. Brutta mossa: non avrei dovuto. I ricordi cercavano di far capolino ogni secondo, il panico tentava di saltar fuori.. Ma ho cercato di trattenere tutto dentro. Ci sono quasi riuscita per tutto il tempo, wow!

Mi guardavo ogni tanto intorno, quasi estraniata. Il mio ragazzo, che sa qualcosa, mi guardava preoccupato. Quasi non me ne rendevo conto; scrutavo ogni volto, mi sentivo come strappata alla realtà e portata anni addietro. Ogni volto nascondeva un volto più giovane, ogni immagine era sovrapposta ad un’immagine dello stesso luogo qualche anno fa, immagini rimaste impresse nella mia mente come ricordi marchiati a fuoco. Cercavo nei volti i volti di qualcuno che ormai non esisteva più, di ragazzi ormai adulti, cercavo lineamenti giovanili che non avrei più trovato, affannavo nella disperazione di ritrovare reale il mio incubo, nel terrore di voltarmi e ritrovare i miei tredici anni, di guardarmi intorno e rivedere tutto com’era allora, di veder sparire i colori e ritrovare il mondo monocromatico di quei momenti, di voltarmi e rivedere persone divenute fobie.

La ragazza mi ricordava terribilmente Angelica. Alta, ben posta, estroversa; i suoi lineamenti, i suoi argomenti, il suo modo di parlare. Ogni parola, ogni gesto, era una pugnalata nello stomaco. Ogni istante mi faceva star male. Mi aspettavo da un momento all’altro di voltarmi e vederla pronunciare il suo nome, credevo che se solo avessi chiuso gli occhi per un istante si sarebbe trasformata in lei, avrebbe tirato fuori un videogame e glielo avrebbe reso parlando ad alta voce, pensavo che se solo avessi smesso di pensare che era una follia, se solo avessi smesso di pensare, mi sarei ritrovata lì, al centro della piazza, con Angelica e il suo fottuto videogame e le sue fottute parole e quel fottuto momento che mi lacera la mente.

«Amore, tutto bene?» mi ripeteva ogni tanto il mio ragazzo, quel tesoro, col suo sguardo preoccupato. Io mi voltavo, quasi sull’orlo di una crisi di nervi. «Sì
(ha quasi il suo stesso nome)
va tutto
(abitano così vicini ommioddio tutti così vicini)
bene
(stessi gusti)
tranquillo
(stessi pensieri?)
sto bene» rispondevo, con un sorriso, soffocando i miei pensieri e le mie paure. Cercavo di non dare a vedere il mio stato d’animo, ma era difficile.. Parecchio, forse troppo. Quando finalmente siamo riusciti a congedarci dagli amici, mi stava riaccompagnando alla stazione principale.

Argh. Male. La mia mente, già così provata dal rivedere quei luoghi, ha continuato a rivivere il passato. E ogni angolo, ogni mattonella, ogni luce, ogni rumore, ogni passo, ogni respiro mi ricordava tutto quello, mi ricordava lui, mi ricordava.. Mi ricordava..

Mi fermo. Devo vomitare, sto per avere un’altra crisi. No, no, odio queste fottute crisi. Perché? Perché? Che figura di merda, proprio davanti al mio ragazzo! Cazzo! Ma non ce la faccio. «Sto bene, sto bene, va t-tutto bene, n-non sto piangendo, va tutto bene» mi ripeto a bassa voce, mentre cerco di trattenere lacrime e vomito. Lui si avvicina, preoccupato. Ma io riesco a rivedere solo X, le sue mani, le sue braccia, i suoi abiti, ma non il suo volto. Quel suo fottuto volto che a solo cercare di ricordare mi viene un mal di testa atroce, un flash nero,
nonvoglioricordarenonvoglioricordare
e oltre gli occhi scuri e le leggere lentiggini non riesco a ricordare più nulla.. Più nulla, tranne questi particolari anch’essi a fatica.

Sì, lo chiamerò X, perché sarebbe degradante per qualunque nome essere utilizzato per chiamarlo. Lo chiamerò X perché è il punto focale di tutto, perché è sempre nella mia mente, perché è la cicatrice sul mio cuore. Lo chiamerò X, perché non voglio rovinare un nome di fantasia in questo modo. Ed è X che avevo in mente, era X e le sue mani sul mio corpo, era lui nello stesso luogo dov’era il mio ragazzo a procurarmi la nausea. Ricaccio giù le lacrime; non ora, non un’altra crisi, smettila di pensare, cazzo. Devi calmarti, devi calmarti, ma non riesco a calmarmi, e comincio a camminare nervosamente. Sto male, molto male, ma poi realizzo che l’unico modo per bloccare il principio di crisi era uscire di lì. E mi affretto, dunque, verso l’uscita.

Usciamo. Ultima tappa, ultimo treno da attendere. Le scale doppie, a sinistra e a destra, portano al binario da prendere. Quindi mi dirigo
(X scendeva a sinistra! Si sedeva sul penultimo gradino! Il penultimo, a sinistra!)
verso destra, scendendo le scale. Altro principio di crisi, con correlato attacco di panico. Cazzo, cazzo, perché? Che imbarazzo; il mio ragazzo, costretto ad assistere a tutto questo. Appoggio la testa al muro, respirando, fermandomi nello spazio adibito alle scale. Non c’è nessuno; sto male, molto male, trattengo il vomito a fatica. Non riesco a smettere di pensare
(lui io gambe jeans mani scale treno corsa viso corpo)
e la situazione mi fa soffrire da morire, sento il cuore esplodermi in petto, non capisco più nulla, è solo una lotta tra me e me, le mani continuano a tremare, sono estraniata da tutto, non riesco più ad orientarmi, la realtà è così.. Così distorta.. Quando invece oh è tutto così chiaro, ci sono io e c’è X.. Oppure no? Aspetta, i-io non lo vedo.. Ma allora.. Allora è solo nella mia mente? È solo nella mia mente..? Ma se non è qui, perché sento questo dolore? Perché ho la testa aperta in due dal dolore allucinante che mi sta attanagliando la mente, perché sento le sue mani su di me, perché sto tremando? Perché sento questo maledetto freddo, sento così freddo, sento questo bisogno di ritrarmi da questo luogo e rannicchiarmi nel letto a piangere, il bisogno istintivo e primordiale di fuggire?

Il mio ragazzo cerca di distrarmi. Mi prende per mano, mi conduce vicino i binari, dove ci sono altre persone. Si siede, mi fa sedere sulle sue gambe, comincia a parlarmi. Cerca di farmi ridere, sto ancora male, ma forse riesce a distrarmi. Poco, ma ci riesce. Io rido; lui mi bacia. Ricambio il bacio, la mia mano va dietro la sua nuca. Sento il bisogno di sentirlo lì con me, di sentire che è lui, lui e nessun altro che sto baciando, lui e solo lui..

Il bacio a timbro si trasforma in un bacio più spinto; il bacio più spinto mi trascina, facendomi vagare nuovamente con la mente. Oh, maledetta mente! I pensieri vagano, vagano e il suo sapore mi riporta con la mente.. Mi riporta con la mente..

Ad un certo punto scatto in piedi, portando una mano davanti alle labbra, trattenendo un forte conato di vomito. Scappo nuovamente nel luogo isolato delle scale, a tremare dal terrore.. Panico.. O qualunque cosa provassi in quel momento.

Flashback. Dio, quanto odio questi flashback così nitidi e reali! Questi ritorni al passato così dolorosi, così assurdamente presenti..

Mi tiene i capelli, mi tiene con entrambe le mani i capelli. Sento le lacrime cocenti solcarmi il volto, il dolore dei capelli tirati; sono stanca, sono stanca e sto tremando. Cerco di respingerlo invano, facendo forza con le mani, ma lui m’impedisce ogni movimento. Non riesco a respirare, non riesco a pensare, desidero solo morire. Mi costringe, come ha sempre fatto; mi costringe a tenere il suo membro in bocca, forzandomi fino a star male, spingendolo sempre più in profondità. Sentivo il disgusto e il panico salire, non capivo più nulla, gli occhi chiusi lasciavano uscire solo le lacrime. Mi muoveva il capo tirandomi i capelli, oramai non avevo più forze, tanto era tutto inutile. Ad un tratto sentivo il pulsare ritmico accompagnato da una sua perdita progressiva della presa sui miei capelli. Mi respingevo automaticamente all’indietro, cercando quel fottuto cesso con disperazione, aggrappandomi e vomitando l’anima, vomitando finché lo stomaco non si contorceva dal dolore. Mi rialzavo, lui mi diceva di rivestirmi. Mi ricomponevo, asciugavo il volto ancora tremando. Uscivo, gli chiedevo dell’acqua. Lui me la rendeva, con un sorrisetto divertito. Mai, mai come allora ero più spenta, ero più morta, più incapace di qualunque ragionamento logico.
Una sola cosa mi rimbomba in mente di allora, una sola frase mi perseguita sia nella veglia che nel sonno.
Brava, sei stata brava.

Me, myself.

Mi sembra doveroso cominciare con una presentazione.

Potete chiamarmi.. Beh, potete chiamarmi.. Clara, immagino. Sì, non conosco nessuna Clara, quindi penso che come nome potrebbe andare. Ovviamente no, non è il mio vero nome. Quello, probabilmente, non lo saprete mai..

Questo è il mio diario. È un diario un po’ particolare, è il diario di una ragazza qualunque che in fondo spera di non essere comune alle altre. Una ragazza cui vita magari sarebbe meglio se restasse, per così dire, non emulata.

Non scrivo per essere letta, scrivo per semplice sfogo. Se c’è qualcuno che mi legge, beh, spero si munisca di cioccolata!

Tutti i nomi di persone sono inventati di sana pianta, come il mio. Anche i luoghi, insomma, cercherò di restare sempre sul vago. Quindi se ci riconoscete qualche vostro amico nei miei racconti.. Vi state sicuramente sbagliando.

O forse no?