Una serata qualsiasi.

di Ordinary Girl

Stasera sono uscita con quello che è il mio ragazzo da un mese esatto.. Più un’altra coppia, sua amica. Giro per il centro città, girando per i luoghi normalmente frequentati dai ragazzi di qui. Brutta mossa: non avrei dovuto. I ricordi cercavano di far capolino ogni secondo, il panico tentava di saltar fuori.. Ma ho cercato di trattenere tutto dentro. Ci sono quasi riuscita per tutto il tempo, wow!

Mi guardavo ogni tanto intorno, quasi estraniata. Il mio ragazzo, che sa qualcosa, mi guardava preoccupato. Quasi non me ne rendevo conto; scrutavo ogni volto, mi sentivo come strappata alla realtà e portata anni addietro. Ogni volto nascondeva un volto più giovane, ogni immagine era sovrapposta ad un’immagine dello stesso luogo qualche anno fa, immagini rimaste impresse nella mia mente come ricordi marchiati a fuoco. Cercavo nei volti i volti di qualcuno che ormai non esisteva più, di ragazzi ormai adulti, cercavo lineamenti giovanili che non avrei più trovato, affannavo nella disperazione di ritrovare reale il mio incubo, nel terrore di voltarmi e ritrovare i miei tredici anni, di guardarmi intorno e rivedere tutto com’era allora, di veder sparire i colori e ritrovare il mondo monocromatico di quei momenti, di voltarmi e rivedere persone divenute fobie.

La ragazza mi ricordava terribilmente Angelica. Alta, ben posta, estroversa; i suoi lineamenti, i suoi argomenti, il suo modo di parlare. Ogni parola, ogni gesto, era una pugnalata nello stomaco. Ogni istante mi faceva star male. Mi aspettavo da un momento all’altro di voltarmi e vederla pronunciare il suo nome, credevo che se solo avessi chiuso gli occhi per un istante si sarebbe trasformata in lei, avrebbe tirato fuori un videogame e glielo avrebbe reso parlando ad alta voce, pensavo che se solo avessi smesso di pensare che era una follia, se solo avessi smesso di pensare, mi sarei ritrovata lì, al centro della piazza, con Angelica e il suo fottuto videogame e le sue fottute parole e quel fottuto momento che mi lacera la mente.

«Amore, tutto bene?» mi ripeteva ogni tanto il mio ragazzo, quel tesoro, col suo sguardo preoccupato. Io mi voltavo, quasi sull’orlo di una crisi di nervi. «Sì
(ha quasi il suo stesso nome)
va tutto
(abitano così vicini ommioddio tutti così vicini)
bene
(stessi gusti)
tranquillo
(stessi pensieri?)
sto bene» rispondevo, con un sorriso, soffocando i miei pensieri e le mie paure. Cercavo di non dare a vedere il mio stato d’animo, ma era difficile.. Parecchio, forse troppo. Quando finalmente siamo riusciti a congedarci dagli amici, mi stava riaccompagnando alla stazione principale.

Argh. Male. La mia mente, già così provata dal rivedere quei luoghi, ha continuato a rivivere il passato. E ogni angolo, ogni mattonella, ogni luce, ogni rumore, ogni passo, ogni respiro mi ricordava tutto quello, mi ricordava lui, mi ricordava.. Mi ricordava..

Mi fermo. Devo vomitare, sto per avere un’altra crisi. No, no, odio queste fottute crisi. Perché? Perché? Che figura di merda, proprio davanti al mio ragazzo! Cazzo! Ma non ce la faccio. «Sto bene, sto bene, va t-tutto bene, n-non sto piangendo, va tutto bene» mi ripeto a bassa voce, mentre cerco di trattenere lacrime e vomito. Lui si avvicina, preoccupato. Ma io riesco a rivedere solo X, le sue mani, le sue braccia, i suoi abiti, ma non il suo volto. Quel suo fottuto volto che a solo cercare di ricordare mi viene un mal di testa atroce, un flash nero,
nonvoglioricordarenonvoglioricordare
e oltre gli occhi scuri e le leggere lentiggini non riesco a ricordare più nulla.. Più nulla, tranne questi particolari anch’essi a fatica.

Sì, lo chiamerò X, perché sarebbe degradante per qualunque nome essere utilizzato per chiamarlo. Lo chiamerò X perché è il punto focale di tutto, perché è sempre nella mia mente, perché è la cicatrice sul mio cuore. Lo chiamerò X, perché non voglio rovinare un nome di fantasia in questo modo. Ed è X che avevo in mente, era X e le sue mani sul mio corpo, era lui nello stesso luogo dov’era il mio ragazzo a procurarmi la nausea. Ricaccio giù le lacrime; non ora, non un’altra crisi, smettila di pensare, cazzo. Devi calmarti, devi calmarti, ma non riesco a calmarmi, e comincio a camminare nervosamente. Sto male, molto male, ma poi realizzo che l’unico modo per bloccare il principio di crisi era uscire di lì. E mi affretto, dunque, verso l’uscita.

Usciamo. Ultima tappa, ultimo treno da attendere. Le scale doppie, a sinistra e a destra, portano al binario da prendere. Quindi mi dirigo
(X scendeva a sinistra! Si sedeva sul penultimo gradino! Il penultimo, a sinistra!)
verso destra, scendendo le scale. Altro principio di crisi, con correlato attacco di panico. Cazzo, cazzo, perché? Che imbarazzo; il mio ragazzo, costretto ad assistere a tutto questo. Appoggio la testa al muro, respirando, fermandomi nello spazio adibito alle scale. Non c’è nessuno; sto male, molto male, trattengo il vomito a fatica. Non riesco a smettere di pensare
(lui io gambe jeans mani scale treno corsa viso corpo)
e la situazione mi fa soffrire da morire, sento il cuore esplodermi in petto, non capisco più nulla, è solo una lotta tra me e me, le mani continuano a tremare, sono estraniata da tutto, non riesco più ad orientarmi, la realtà è così.. Così distorta.. Quando invece oh è tutto così chiaro, ci sono io e c’è X.. Oppure no? Aspetta, i-io non lo vedo.. Ma allora.. Allora è solo nella mia mente? È solo nella mia mente..? Ma se non è qui, perché sento questo dolore? Perché ho la testa aperta in due dal dolore allucinante che mi sta attanagliando la mente, perché sento le sue mani su di me, perché sto tremando? Perché sento questo maledetto freddo, sento così freddo, sento questo bisogno di ritrarmi da questo luogo e rannicchiarmi nel letto a piangere, il bisogno istintivo e primordiale di fuggire?

Il mio ragazzo cerca di distrarmi. Mi prende per mano, mi conduce vicino i binari, dove ci sono altre persone. Si siede, mi fa sedere sulle sue gambe, comincia a parlarmi. Cerca di farmi ridere, sto ancora male, ma forse riesce a distrarmi. Poco, ma ci riesce. Io rido; lui mi bacia. Ricambio il bacio, la mia mano va dietro la sua nuca. Sento il bisogno di sentirlo lì con me, di sentire che è lui, lui e nessun altro che sto baciando, lui e solo lui..

Il bacio a timbro si trasforma in un bacio più spinto; il bacio più spinto mi trascina, facendomi vagare nuovamente con la mente. Oh, maledetta mente! I pensieri vagano, vagano e il suo sapore mi riporta con la mente.. Mi riporta con la mente..

Ad un certo punto scatto in piedi, portando una mano davanti alle labbra, trattenendo un forte conato di vomito. Scappo nuovamente nel luogo isolato delle scale, a tremare dal terrore.. Panico.. O qualunque cosa provassi in quel momento.

Flashback. Dio, quanto odio questi flashback così nitidi e reali! Questi ritorni al passato così dolorosi, così assurdamente presenti..

Mi tiene i capelli, mi tiene con entrambe le mani i capelli. Sento le lacrime cocenti solcarmi il volto, il dolore dei capelli tirati; sono stanca, sono stanca e sto tremando. Cerco di respingerlo invano, facendo forza con le mani, ma lui m’impedisce ogni movimento. Non riesco a respirare, non riesco a pensare, desidero solo morire. Mi costringe, come ha sempre fatto; mi costringe a tenere il suo membro in bocca, forzandomi fino a star male, spingendolo sempre più in profondità. Sentivo il disgusto e il panico salire, non capivo più nulla, gli occhi chiusi lasciavano uscire solo le lacrime. Mi muoveva il capo tirandomi i capelli, oramai non avevo più forze, tanto era tutto inutile. Ad un tratto sentivo il pulsare ritmico accompagnato da una sua perdita progressiva della presa sui miei capelli. Mi respingevo automaticamente all’indietro, cercando quel fottuto cesso con disperazione, aggrappandomi e vomitando l’anima, vomitando finché lo stomaco non si contorceva dal dolore. Mi rialzavo, lui mi diceva di rivestirmi. Mi ricomponevo, asciugavo il volto ancora tremando. Uscivo, gli chiedevo dell’acqua. Lui me la rendeva, con un sorrisetto divertito. Mai, mai come allora ero più spenta, ero più morta, più incapace di qualunque ragionamento logico.
Una sola cosa mi rimbomba in mente di allora, una sola frase mi perseguita sia nella veglia che nel sonno.
Brava, sei stata brava.

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